ART IS PRESENT
  • Home
  • Associazione
  • Perchè?
  • Hic et Nunc
    • Hofesh Shechter 21
    • Sidi Larbi Cherkaoui 99 | 19
    • #Pensierobimbo | Incanti 18
    • EgriBianco | Showcase 18
    • TST | Il Cielo su Torino 18
    • Perunteatrocontemporaneo16
  • Editoriali
    • 09 - 19 | 10 anni di?
    • Editoriale | Corpo
    • Editolriale | Relazione (?)
    • Editoriale | Strada
  • Numeri
    • VI. Origini 25 >
      • Arte '25
      • Danza '25
    • V. Queer 19-22 >
      • Arte 22
      • Danza 21
      • Teatro 20
      • Teorie 19
    • IV. Tecnologia 18 >
      • Téchne e Arte
      • Téchne e Danza
      • Téchne e Teatro
    • III. Corpo 17 >
      • Corpo e Arte
      • Corpo e Danza
      • Corpo e Teatro
    • II. Relazione 16 >
      • Arte Relazionale
      • Danza di Comunità
      • Teatro Sociale
    • I. Strada 16 >
      • Street Art
      • Street Dance
      • Teatro di Strada
    • O. Start >
      • Speciale | La sottise
      • Speciale | Nicola Galli
      • Speciale | Vucciria Teatro
  • Queer
  • Rec | Int
  • Contatti

ORIGINI                                                                    ARTE                                                                      I SIMBOLI DELLA DEA #1

2/13/2025

 
Foto
Dea dei serpenti, Micene 1600 - 1500 a.c.
La Dea Madre è stata la prima divinità immaginata dallo spirito umano e il suo simbolismo è, indubbiamente, una caratteristica predominante nei reperti archeologici del mondo antico: dalle Veneri, alle immagini stilizzate nel Paleolitico e oltre.

Concentrato, agli albori, sul mistero della nascita, il culto della Dea metteva in risalto le funzioni materne della donna, come rivelano le Veneri con gli attributi sessuali esagerati suggerendo l'idea della gravidanza e talvolta anche del parto. Il loro scopo era di stimolare la vita con un'abbondanza sempre maggiore, sia nel genere umano che negli animali e nella natura.

UROBORO

Uno dei simboli più antichi che prefigura l'Archetipo della Grande Madre è quello dell'Uroboro, il serpente che si morde la coda, che divorandosi e nello stesso tempo rigenerandosi forma un ciclo continuo di nascita, morte e rinascita. E' uno dei simboli più noti di quella perduta unità con il tutto che è il ricordo dell'utero materno.

SPIGHE DI GRANO

Tra gli attributi della Grande Madre predomina, universalmente, la presenza di spighe di grano. Come il grano era destinato ad essere sepolto nella terra per poter germogliare in primavera, così la Grande Dea, quale si ritrova nel mito di Cerere, sarebbe dovuta morire come vergine per diventare madre. Il grano poteva allora essere assimilato al figlio da lei generato, come avveniva nei misteri eleusini durante l'iniziazione da parte dello ierofante.

L'UVA E IL VINO

Un altro attributo era quello dell'uva e del vino, proprio della Dea della Vite venerata dai Sumeri, dai popoli dell'Asia minore, e soprattutto a Creta, dove divenne una personificazione classica della Grande Madre collegata al toro. Il ciclo della vendemmia era infatti ulteriore simbolo di quello vita-morte-rinascita.

VENERE E IL TORO

Simboli astrologici della Grande Madre rimandavano al pianeta Venere e al segno zodiacale del Toro che ne è il domicilio notturno, la cui energia, particolarmente legata alla terra, all'agricoltura e alla fertilità, connotava l'atmosfera materna e protettiva di maggio.

Ma vediamone meglio alcuni nello specifico.
​

​Il Vaso, l'Acqua e il Seno

​
​Legato al carattere di grembo del femminile, il vaso corrisponde alla più elementare esperienza del femminile da parte dell’umanità. È il corpo, il contenitore, l’utero, la caverna, la terra, la tomba. Il vaso però non è solo un involucro, ma anche ciò che sta al suo interno e per questo diventa anche simbolo del buio, della notte, dell’acqua. Come un vaso divino d’acqua, la Grande Madre nutre la terra ed è signora dell’acqua superiore, la pioggia, e dell’acqua inferiore, che scorre nelle viscere della terra. 


EGITTO

Questa simbologia era ben presente presso gli egizi. Il geroglifico del vaso dell’acqua è il simbolo della dea celeste Nut, e allo stesso tempo dei genitali femminili e del principio femminile. La dea Nut nutre la terra e le sue rappresentazioni la ritraggono con il seno e il ventre scoperto. Il sue seno (mammelle meglio in questo contesto) ed il suo ventre non sono solo la forma di organi fisici, ma simboli della vita. Per questo il seno resterà nei secoli una forma di rappresentazione della Grande Dea, così come il tema della madre che allatta il bambino, rappresentazione del mistero della trasformazione del sangue in latte.

CRETA

Spostandoci a Creta e osservando gli affreschi e gli artefatti di questa civiltà, notiamo come le donne mostravano i seni. Scoprire i seni, nella società cretese di allora, rappresentava un atto sacro che rientrava nel culto della Dea. E le sacerdotesse che si identificano con la Madre, mostravano il seno, a simboleggiare il flusso vitale che nutre. Il collegamento seno-madre compare nell’Orestea di Eschilo, nel momento in cui Clitemnestra, nell’attimo che precede l’omicidio da parte del figlio Oreste, scopre il seno e lo mostra al figlio come un monito, ricordandogli che il matricidio che sta per commettere, scatenerà l’ira delle antiche dee. (Vedi Origini | Teatro).

​​L'albero cosmico


​Esistono anche rappresentazioni cretesi di vasi con molti seni o raffigurazioni di vasi da cui fuoriescono rami di piante. Il vaso che germoglia rimanda ad un altro simbolo della Grande Madre: l’albero cosmico. 

Presente in numerose mitologie, da quella norrena con lo Yggdrasil, all’albero sefirotico della cabala ebraica, l’albero cosmico, ancorato alle viscere della terra, sale fino al cielo e La dea-albero rappresenta la generazione, la trasformazione come presso i più antichi culti egizi, in cui Hathor, madre di Horo, è la Signora del sicomoro, o della palma da dattero. Dall’albero del sicomoro nasce il sole, il maschile, il figlio. 

La simbolica unione della dea con il figlio-paredro divino, mistico evento comune a molti antichi culti agrari, rappresenta il ciclo di morte e rinascita della vita. Il figlio-paredro deve necessariamente morire, fecondando la terra col suo sangue, per poi rinascere, riportato in vita la Dea. Ne sono esempio le coppie divine di Cibele-Attis, Demetra-Giasone, Afrodite-Adone, Inanna-Tammuz, Ashtarth-Baal.
​

Il serpente


​Riguardo ai simboli del mondo animale, l'animale per eccellenza legato alla Dea, nonché suo simbolo antichissimo, è il serpente. Non era il suo corpo ad essere considerato sacro, ma l'energia trasudata dal rettile. Il suo rinnovarsi stagionale, col mutare della pelle ed il cadere in letargo, ne ha fatto il simbolo dell'energia vitale in costante movimento, ma anche del legame con gli Inferi.
 
Il serpente ha una valenza magica presso tutte le antiche popolazioni della terra. Il suo influsso vitale, unito alle piante, poteva curare e ricreare la vita. Vi è infatti un serpente attorcigliato attorno al bastone di Asclepio, dio greco della medicina, e due serpenti gemelli si intrecciano sulla bacchetta di Hermes, che nelle sue remote origini nell’Arcadia, era una divinità legata alla fertilità e alle mandrie.

 
LA DEA SERPENTE


La Dea Serpente è, quindi, una divinità primordiale, il cui culto si sviluppò soprattutto nell’area egea, tra i popoli pelasgici pregreci, almeno dall'inizio del VI millennio a.C., per poi diffondersi attraverso la venerazione di Demetra-Cerere e i culti eleusini. Il rapporto tra il serpente e il potere generatore della Dea è quindi continuato nel tempo, manifestandosi al suo apice nella cultura cretese, ed è tutt'ora evidente in figure femminili come quella di Atena, Hera e Hathor. Negli affreschi di Pompei che illustrano il culto di Demetra-Cerere, i serpenti decorano la stanza.
 
A Creta - dove si venerava Potnia, identificata con La dea dei serpenti - all'interno d
el palazzo di Cnosso furono ritrovate diverse statue di ceramica rappresentanti dee con serpenti attorcigliati in vita, sugli abiti, sul copricapo. La statua della Dea dei Serpenti (foto in alto) mostra una donna vestita con un corpetto slacciato che le scopre i seni, e la gonna a campana tipica delle pitture cretesi, stringendo nelle mani alzate due serpenti.
 
LE PIZIE
 

Nella cultura greca permane testimonianza del legame tra la donna e il serpente nella figura della Pizia, sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo nel santuario di Delfi al cui interno venivano offerte statuette votive a forma di serpente.
 
Il nome Pizia ha il significato di Pitonessa, e il mito racconta che l'oracolo di Delfi fosse in precedenza custodito dal Pitone, un enorme serpente nato dal fango della terra dopo il Diluvio Universale, e che Apollo lo abbia ucciso, impossessandosi dell'oracolo e delle sue sacerdotesse. Per circa duemila anni, dal 1400 a.C. fino circa al 400 d.C., la Pizia ha dato i suoi responsi, un solo giorno al mese, raggiungendo uno stato di eccitazione profetica, grazie all'aspirazione di particolari vapori che fuoriuscivano dal suolo, e dopo aver masticato foglie di alloro. Questa pratica fu in seguito proibita nel 392 d.C. quando l'imperatore romano Teodosio soppresse i culti pagani rendendo il Cristianesimo la religione di Stato.

CRISTIANESIMO

 
Con il Cristianesimo il legame tra la donna e il serpente fu associato al Male e alla tentazione di Satana, in seguito alle interpretazione fuorvianti del racconto della Genesi. Il serpente, come narra il mito, aveva suggerito a Eva di mangiare, convincendo anche Adamo, il frutto dell'albero della conoscenza del Bene e del Male. Questa interpretazione, come tutti sappiamo, nei secoli ha sviluppato la convinzione che la donna sia connessa al peccato, e ha reso la sessualità e la nudità un tabù nella società occidentale.


GB


​

APPROFONDIMENTI
ORIGINI E aRTE
​

ORIGINI | ARTE | LA GRANDE MADRE
ORIGINI | ARTE | ARCHETIPO
ORIGINI | ARTE | IL SESSO SACRO
ORIGINI | ARTE | UNA E TRINA

ORIGINI                                                                    ARTE                                                                    LA DEA | UNA E TRINA

2/4/2025

 
Foto
Statua di Ecate, III secolo d.c.
La forma femminile, così diffusamente rappresentata, rifletteva la centralità delle donne nelle culture antiche. Le immagini della Dea, come si è cercato di spiegare fin ora, esprimevano i tratti salienti dei cicli naturali: la nascita, la morte e la rigenerazione. Questi erano associati alle tre fasi della Luna e le dee lunari anche se molteplici, in realtà sono sempre una.

Una e trina a formare l'originaria triade sacra. La storia della loro vita, i loro attributi e le loro caratteristiche variano pochissimo, infatti, di civiltà in civiltà e rappresentano sempre l'ideale della Grande Madre che regna suprema insieme a suo figlio, il quale era anche il suo amante. Non a caso la Dea col bambino è una delle immagine più inflazionate della storia dell'arte, nei secoli ha sempre rappresentato simbolicamente il grembo, Madre Terra, che genere e accoglie la vita. Che la nutre e protegge anche dopo la nascita.

Esaminiamo adesso i tre aspetti della Dea e il loro significati legati al femminile.
​

La Dea della Nascita
​LUNA CRESCENTE


Raffigurata mettendo in risalto le parti del corpo connesse con la fertilità, in questa versione la Dea portava le mani poggiate sui seni o sul ventre, proprio a mettere in evidenza la parte che nutre e accoglie la vita durante i primi mesi. Considerata portatrice di vita, di fertilità e di prosperità per le persone, gli animali e la vegetazione, la Dea giovane era protettrice del parto e degli infanti. I simboli che le venivano associati in questa versione, sono quelli propri della datrice di vita: reti, labirinti, spirali e triangoli, rappresentano i suoi seni, gli occhi, la bocca, la vulva (il triangolo è un chiaro riferimento al pube). Tutti elementi che gli uomini antichi conoscevano e riconoscevano e immediatamente collegavano alla fase di luna crescente.

Rappresentata come una giovane donna che si muove nel mondo senza ancora una meta precisa, incarna il principio della potenzialità di qualcosa che ancora non si è manifestato nella sua pienezza. Prediligendo la natura selvaggia e i luoghi incontaminati questa la Dea giovane è la personificazione dello spirito femminile indipendente, un modello di donna che vive a stretto contatto con la natura e i suoi ritmi.

Nel periodo in cui Matriarcato e Patriarcato convivevano, La Dea giovane, ancora nella società greca e poi romana, era rappresentata da Artemide, chiamata poi Diana dai romani. Dea vergine (senza marito) che vive con le ninfe nel bosco, a caccia della propria identità. Come Dea vergine, Artemide era immune dall'innamoramento, e nel racconto simbolico della sua vita, non venne rapita o violentata, come altre sue sorelle, e non fu mai parte della coppia marito/moglie. La Dea giovane è "una in sé stessa" e, in quanto essere completo, non apparterà mai a nessun uomo.

la dea della morte
​luna piena


​Raffigurata dal colore bianco e il più delle volte scolpita nell'osso o nell'avorio, la Dea della Morte era rappresentata con una postura rigida e con gli occhi grandi e rotondi, a ricordare gli uccelli rapaci. E per questo disponeva di ali, aperte, con al loro interno i simboli del movimento, come il labirinto o la spirale, ma anche, in accordo con la prima versione della Dea, triangoli, forme a clessidra o a rete. Il volto veniva rappresentato di solito con la testa della civetta, uccello che accompagnerà nel tempo alcune delle più rilevanti Dee oscure e, inseguito, le streghe delle culture europee: Morrigan, Regana, Baba Yaga, Lamia, Ana e Anat.

Selene è la divinità lunare che meglio di ogni altra rappresenta la fase della luna piena, il momento in cui l'astro culmina la luminosità lunare iniziando il suo percorso di riduzione. In questo caso il rapporto col Sole inizia ad essere più significativo che in quello di Artemide. Elios, il dio del sole, è simbolo, infatti, sia di fratellanza (è suo fratello) che dell'amore sensuale (è anche il suo amante) e Selene, vivendo adesso questo aspetto della vita, a simboleggia la donna adulta.

Secondo il mito, Elios, il sole, ogni sera aspettava Selene, la Luna per giacere con lei sull'Oceano. Per venticinque giorni, i due fratelli amanti, si univano, mentre negli ultimi tre giorni, quelli del novilunio, quando la Luna non è visibile, Selene, all'insaputa di Elios, lo 'tradisce' col suo amante Endimione. Il termine Endimione significa colui che dimora dentro e Selene, sopraffatta dal desiderio di scoprire l'altro, se ne innamora. ​

Qui la Dea è adulta ma non dimentica la sua parte giovane e indipendente. Il suo essere completa la spinge in questo momento della sua esistenza ad interessarsi all'alterità, magari a volere un rapporto di coppia, ma senza mai perdere la sua passionalità nei confronti della vita, il suo lato selvaggio. Ecco perché pur riuscendo ad amare non smette di amare ciò che dimora al suo interno, non cadendo vittima dell'annientamento personale insito, spesso, in una coppia uomo/donna.
​

La Dea della Rigenerazione
​luna calante


Gli Antichi pensavano che ogni volta che la Luna diventava invisibile in realtà stesse attraversando il mondo degli Inferi. Soggiogata o inghiottita da una potenza oscura ed invisibile, per loro, questa fase lunare rappresentava la potenza della distruzione e della morte. La vita, secondo le civiltà antiche, era un'energia in continuo movimento e trasformazione, e alla nascita e alla morte aggiungevano una terza tappa nel ciclo vitale: la rigenerazione.

Qui la Dea rappresenta la donna anziana, la vegliarda e i simboli associati sono l'uovo - che ancora oggi viene associato al momento della rinascita – le spirali, i serpenti, le mezzelune e motivi vegetali. L'uovo inoltre svolgeva un ruolo importante anche nella festività dei morti ed era inserito come offerta nelle tombe per stimolarne la rigenerazione.
 
Ecate è la divinità lunare che da sempre rappresenta la fase di Luna calante, e suo era il compito di prendersi cura di coloro che dovevano affrontare il rito di passaggio tra il mondo supero e il mondo infero per facilitarne la rinascita in un mondo nuovo. I riti della Dea della rigenerazione avvenivano di notte e come Regina dei fantasmi, la vegliarda si muoveva nell'oscurità seguita da spiriti e cani latranti, e come Dea Triforme del Crocicchio si divertiva a mandare i viandanti fuori strada.

Creatrice di tempeste e capace di intervenire sul mondo esterno quanto su quello interno, il questa versione, di donna ormai divenuta consapevole della natura umana, la Dea era ritenuta la responsabile della pazzia, delle visioni, delle ispirazioni e della magia. A lei appartenevano in modo particolare la magia connessa con l'amore, la metamorfosi, e i pharmaka, la medicina primitiva fatta di sostanze "magiche", potentemente guaritrici o distruttrici a seconda della loro intima conoscenza.

gb


​
​

approfondimenti
origini e arte

ORGINI | ARTE | LA GRANDE MADRE
ORIGINI | ARTE | ARCHETIPO
ORIGINI | ARTE | IL SESSO SACRO
ORIGINI | ARTE | I SIMBOLI DELLA DEA #1

ORIGINI                                                                  ARTE                                                            ARCHETIPO

1/30/2025

 


​​"La magica autorità del femminile, la saggezza e l'elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l'istinto o l'impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica, ciò che genera angoscia, l'ineluttabile".


​ G. Jung, L’Archetipo della Madre, 1981 


​L' ARCHETIPO DELLA MADRE

Da Platone agli alchimisti, l’archetipo è qualcosa di intangibile ed irraggiungibile per l’uomo, eppure, in qualche modo, l’umanità è in grado di esperirlo e riconoscerlo.

È con la psicologia analitica di Carl Gustav Jung che il concetto di archetipo trova una giustificazione psichica, quando lo studioso svizzero trasferisce le rappresentazioni archetipiche in ciò che chiama inconscio collettivo.

L’inconscio collettivo è lo stato più profondo della psiche, una psiche impersonale comune a tutti gli uomini, anche se si manifesta tramite una coscienza personale. La psiche contiene quindi tutte le immagini da cui tutti i miti sono sorti, e quando l'inconscio rende visibili le immagini primordiali, a queste si da il nome di archetipi.

immagini e simboli
​

Gli archetipi mediano tra la coscienza e l’oscura materia divina e Jung definendoli complessi d’esperienza che sopravvengono fatalmente e il cui effetto si fa sentire nella vita, ci dice che le immagini interiori agiscono sulla psiche umana ed influenzano di conseguenza anche la vita cosciente: in ogni psiche sono presenti ed attive forme, disposizioni, idee in senso platonico, le quali istintivamente preformano ed influenzano i nostri pensieri, sentimenti, azioni.
​

Gli archetipi sono, quindi, immagini interiori che agiscono sulla psiche. Queste immagini sono connotate da simboli e attraverso questi, l’archetipo diventa visibile alla coscienza. In questo senso, i simboli hanno formato la nostra coscienza e l’espressione simbolica ha permesso all’umanità di dare forma alla figura della Grande Madre tramite miti e creazioni artistiche.
​
​

gli opposti


​L’archetipo della Grande Madre possiede molte forme, e come ogni archetipo contiene polarità opposte. Infatti, all’interno del femminile agiscono due aspetti contraddittori e complementari. Questa dicotomia dà origine ad immagini opposte all’interno dell’archetipo stesso: per esempio, le figure della Madre Amorosa e della Madre Terribile, della maga e della coscienza, della donna e della fanciulla.
​ 

la madre amorosa


​Le caratteristiche principali dell’archetipo della Grande Madre sono innanzitutto da ricercare in tutti quegli aspetti legati al materno: ciò che è benevolo, protettivo, tollerante, fecondo. Ciò che nutre e protegge. Ma anche una magica autorità del femminile, saggezza ed elevazione spirituale. La poesia e la màntica sono le caratteristiche di questo aspetto della dea. Tutti questi elementi appartengono al polo positivo dell’archetipo. La Madre Amorosa, la terra che nutre e protegge, custodisce ed accoglie. A questo aspetto dell’archetipo possono essere associate le immagini delle vergini divine come le Muse o Sophia. O andando ancora in dietro, a Demetra o Iside, madri antichissime, padrone dei misteri della vegetazione e conservatrici dell’equilibrio della natura. 

Percepita come fonte di vita e di nutrimento, che prodiga accudimento e protezione fisica, la madre amorosa diventa metafora dell'Utero buono. Uno spazio pronto ad accogliere, un recipiente contenitivo e protettivo. In questa accezione, la Madre Buona è rappresentata o come Vacca Sacra, dalle multiple mammelle o come Vaso, ponendosi al servizio totale del contenuto, il figlio.

Infatti le raffigurazioni del
la donna come vaso, appaiano prive della bocca, come a voler significare che qui l'archetipo del femminile si presenta ancora muto, un femminile che, nella sua totalità fisica e psichica, è intento solo a dare senza la pretesa di ricevere.


la madre terribile


La Grande Madre amministra non solo il ciclo della vita, ma anche quello della morte e della rigenerazione. La Terra, il grande ventre simbolo della Madre che tutto genera, diviene anche il simbolo del ventre che inghiotte. Il suo grembo diventa, così, il simbolo del mondo sotterraneo, e l'Utero percepito come tomba. Qui la madre si fa tiranna ed esige sangue per essere fecondata e donare nuova vita.

In questo caso le caratteristiche dell’archetipo racchiudono tutto ciò che è segreto, occulto, tenebroso, ciò che seduce ed intossica. La Madre Amorosa diventa Madre Terribile, la divoratrice, perfettamente incarnata dalla temibile dea indiana Kali. Ma anche da Ereshkigal, regina degli inferi nella mitologia sumera, e da Ishtar, dea babilonese dell’amore ma anche della guerra e della devastazione.

Le Madri terribili mostrano il legame del femminile col mondo ctonio (sotterraneo). Con le loro incursioni nell’Ade, non rappresentano altro che l’alternarsi delle stagioni, ovvero il ciclo di morte e rinascita della natura. Una di queste è Persefone, Kore, figlia di Demetra rapita da Ade, regina degli inferi per sei mesi all’anno, i mesi in cui la terra è fredda e sterile.

Vecchie o giovani, a secondo degli attributi e dei simboli, le Madri Terribili dall’aspetto mostruoso, perché notturne, sono rappresentate accompagnate da serpenti e belve feroci. In questo caso si avranno le figure solitarie di Ecate, la gorgone Medusa, le Erinni: patrone dei misteri della morte, e del mondo ctonio.

Quando invece l
a propensione poetica, profetica e spirituale, sfuma verso l’occulto, si accede nel mondo delle maghe, delle incantatrici e della follia. Si delinea, così, il regno delle streghe, espresse nella femminilità di Circe, Medea, Lilith. Donne enigmatiche e seducenti che presiedono ai misteri dell’ebbrezza, sono patrone delle arti oscure e dei veleni. 



gb

​
​

approfondimenti
origini e arte

ORIGINI | ARTE | LA DEA MADRE
ORIGINI | ARTE | IL SESSO SACRO
ORIGINI | ARTE | SIMBOLI DELLA DEA #1
ORIGNI | ARTE | SIMBOLI DELLA DEA #2

ORIGINI                                                                  ARTE                                                                      IL SESSO SACRO

1/27/2025

 
Foto
Veneri preistoriche. Da sinistra Venere di Fiels, di Mal'ta e di Willendorf

MESOPOTAMIA
​

L'esperto sumerologo, il professor H.W.F. Saggs, nel descrive la condizione della donna ai tempi dei Sumeri, spiega come fosse molto più elevata nelle prime città-stato. Soprattutto in ambito religioso, una posizione di spicco era occupata dalle Dee, e la Donna, in una società così articolata, rappresentava simbolicamente la Dea. I sumeri, spiega Saggs, attribuivano al sesso un valore sacro ed un alto potere di connessione con i mondi sottili e con la Dea stessa.

In queste comunità dei primordi, non si considerava il sesso né un tabù né un atto finalizzato alla procreazione. Le donne sumere avevano un'attività sessuale libera e spontanea, e quando mettevano al mondo un bambino, era la comunità tutta a prendersi carico di aiutarle ad allevarlo, in quanto non esisteva una figura paterna di riferimento.

​
Nella società sumero-babilonese, vi erano varie tipologie di donne, che insieme formavano una sorta di gerarchica legata al sesso sacro. Al vertice, le sacerdotesse a vita, chiamate Entu, che indossavano abiti cerimoniali molto simili a quelli del re. Appena più in basso, le Naditu, donne provenienti dalle più importanti famiglie del paese, che promettevano di dedicare la loro vita alla Dea rimanendo nubili e senza figli. Subito dopo le Qadishtu che significa donna consacrata o santa donna, che servivano il tempio per un certo periodo senza voti particolari, e finita la loro permanenza, potevano sposarsi senza che su di esse si accanisse alcun pregiudizio o discriminazione. Infine le Ishtaritu, donne specializzate nelle arti della danza (anche la danza del ventre), della musica e del canto.
​

AFRICA
​

Nel 49 a.C. lo storico Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca historica, ha descritto gli usi e i costumi dei popoli incontrati durante i suoi numerosi viaggi in Africa Settentrionale e nel vicino Oriente, riferendo come le donne etiopi praticassero il matrimonio collettivo e allevassero i figli in comune, tanto che loro stessi si confondevano su chi fosse la propria madre biologica. In alcune zone della Libia, Diodoro Siculo ha incontrato alcune comunità di donne che si occupavano dell'amministrazione della città e della guerra, affidando agli uomini posizioni casalinghe.

Quattro secoli prima, non con poca sorpresa, lo storico greco Erodoto, parlando dell'Egitto, aveva scritto: "Le donne vanno al mercato, si occupano d'affari e di commercio, mentre i mariti rimangono a casa a tessere." E le donne, continua Erodoto nelle Storie, almeno una volta nella vita dovevano "sedere nel tempio dell'amore e avere rapporti sessuali con uno sconosciuto." 
​
​
Numerose fonti attestano la presenza del sesso sacro non solo in Mesopotamia e in Africa, ma anche a Creta, in India, in Grecia e persino nella Roma arcaica. Tuttavia la cultura ebraica ritenne scomoda e fuori dal proprio controllo questa pratica tanto da screditarla. Così, volgarizzando il sesso sacro, la donna passò dall'essere considerata un elemento consacrato a semplice "prostituta del tempio". Non a caso, in tutta la letteratura patristica, Babilonia divenne, da questo momento, la città simbolo della massima degenerazione.

le amazzoni
​

Secondo alcuni ricercatori, la risposta da parte femminile alla dominazione maschile degli Indoeuropei a partire da cinquemila anni fa, non fu per niente pacifica. Nel Neolitico vivevano le Amazzoni, un popolo di donne bellicose stabilito nel Peloponneso e nell'attuale Turchia, che lottava contro i nuovi concetti di paternità, matrimonio e fedeltà, che garantivano agli uomini il possesso delle donne e, soprattutto, dei loro beni.

A riprova della loro esistenza citiamo le testimonianze visive che occupano un intero lato del Partenone sull'Acropoli di Atene, che rappresenta l'Amazzonomachia, ovvero le lotte tra i Greci e le Amazzoni. Immagini analoghe sono state scolpite nel famoso Mausoleo di Alicarnasso in Turchia, una delle sette meraviglie del mondo.

Di queste donne guerriere parla anche Omero sia nell'Iliade che nell'Odissea; vengono inoltre citate anche da Ippocrate e da Diodoro Siculo con una erronea interpretazione del nome come a-mazos, cioè senza una mammella, facendo riferimento alla presunta abitudine di tagliarsi il seno destro per favorire il tiro con l'arco. Sembra, invece, che fossero i nemici, quando le rendevano prigioniere, a mutilarle di una mammella.

Altre fonti fanno derivare la parola amazzone dal caucasico masa, "Luna", per tradurla come sacerdotessa della Luna, in quanto, oltre all'arco, le Amazzoni usavano anche l'ascia e uno scudo piccolo a forma di mezzaluna, chiamato pelta.

La Luna è uno dei simboli della grande madre, come vedremo, e ad oggi 
la traduzione più attendibile, fra le tante proposte, sembra essere quella avanzata dall'archeologa Jeannine Davis-Kimball, ovvero "donna senza marito".


gb
​


​approfondimenti
origini e arte
​

ORIGINI | ARTE | LA GRANDE MADRE
ORIGINI | ARTE | ARCHETIPO
ORIGINI | ARTE | SIMBOLI DELLA DEA #1
ORIGINI | ARTE | LA DEA. UNA E TRINA

ORIGINI                                                            ARTE                                                                    LA GRANDE MADRE

1/20/2025

 
Foto
Venere di Fels, 40.000 - 31. 000 a.c.

LA MADRE
​

Ogni civiltà, sin dagli albori, ha conosciuto il culto di una Dea Madre. La signora onnipotente della natura che governa il ciclo di nascita, morte e rigenerazione di tutti gli esseri viventi. L’immagine della Grande Madre ha attraversato la storia dell'arte con molteplici identità, cambiando nomi e attributi, ma senza mai estinguersi del tutto.
​
​
L'arte è impregnata di queste immagini, e in tutte le culture arcaiche ed in quasi tutte le religioni antiche - ma anche nelle moderne - troviamo figure o divinità femminili legate al culto della fecondità, o connesse con il senso del materno.

Per millenni oscurate e non sempre decifrabili per l'uomo contemporaneo, queste immagini, tradotte in simboli dagli artisti di ieri e di oggi, fungono da testimoni dell’invisibile.

In epoca preistorica, e agli albori di quella storica, esistevano, dunque, culti che veneravano una creatrice femminile. E a ben vedere La Dea è stata celebrata in modo esclusivo da 25.000 anni prima di Cristo al 500 d.C.,
epoca della chiusura degli ultimi templi a lei dedicati.
​

la donna 
​

L'archeologa lituana Maria Gimbutas, esperta di culti preistorici (mesolitici e neolitici) collegati alla terra e fondati su divinità femminili, nel suo famoso libro Il linguaggio della Dea, sostiene che in Europa ed in Asia Minore (Antica Anatolia) tra il 7.000 e il 3.000 a.C. sarebbe esistita una società caratterizzata dall'uguaglianza tra i due sessi. Dove le donne avrebbero ricoperto il ruolo importante di sacerdotesse (vedi anche Il sesso sacro) o addirittura di capi clan, e la vita comunitaria era guidata da una Grande Dea, che governava i cicli di nascita, morte e rinnovamento. Uno dei simboli più antichi della Grande Madre è, infatti, l'Uroboro, il serpente che si morde la coda, che divorandosi e nello stesso tempo rigenerandosi, forma un ciclo continuo di nascita, morte e ri-nascita.
​
Con un approccio interdisciplinare, facendo dialogare linguistica, religioni, mitologia e folklore, Gimbutas riesce a tracciare i tratti salienti della civiltà che ha vissuto nell'Europa mediterranea prima dell'arrivo degli Indoeuropei. Si trattava di una società in cui predominava la figura della Grande Dea partenogenetica (che si autogenera) e la celebrazione della vita era il motivo dominante dell'arte e delle incisioni rupestri del tempo. Questa civiltà non conosceva l'uso delle armi, pur avendo già sviluppato la metallurgia, e aveva una concezione del tempo ciclica. La forma femminile, così diffusamente rappresentata, non rifletteva altro che la centralità delle donne nella cultura religiosa.
​

matrifocale e matrilineare
​

Nel primo Paleolitico, cioè fino a circa 120.000 anni fa, non c'era ancora la consapevolezza del ruolo dell'uomo nella riproduzione, e la donna era ammirata e celebrata come donatrice di vita in assoluto, poiché si riteneva che da sola avesse la possibilità di procreare.

Per questo motivo le prime società erano matrifocali, con la donna al centro della comunità, e matrilineari, in quanto i beni posseduti venivano passati dalla madre alle figlie. La vita si svolgeva in piccole comunità, le donne officiavano i riti sacri ed erano tenute in gran considerazione, soprattutto se anziane. Non esistevano né una vita di coppia, né una famiglia intesa come nucleo separato dal resto della comunità.
​

matriarcato
​

I dati raccolti dagli studiosi attestano che fin dalla comparsa dell'Homo sapiens, l'umanità abbia fatto ricorso ad un'unica divinità femminile, alla "Dea Unica" e che, nel corso dei millenni, il culto della Grande Madre si sia sviluppato in territori lontani fra loro.

Cambiando nome e attributi, però, il significato simbolico rimaneva lo stesso. Eccone alcuni nomi: Tanit, Ishtar, Inanna, Astarte in ambito semita, Ninhursag, nell'area mesopotamica (V millennio a.c.), Ashtoreth, era il suo nome in Fenicia. In Arabia era conosciuta come Atar, dagli Egizi come Hathor. In area anatolica (II millennio a.C.) come Cibele, nell'area greca come Gea e Rea. Mater Matuta in area etrusca, Bona Dea o Magna Mater nell'area romana. Nella mitologia andina è conosciuta come Pachamama e tra gli aborigeni australiani come Kunapipi
.
​

patriarcato
​

Solamente dal 3.000 a.C. ad oggi si è sostituito nell'immaginario collettivo la figura del Dio maschio. Attraverso il mascheramento, ha assorbito qualità del tutto femminili, come quella della creazione e del dare la vita, mentre la Dea è stata relegata al ruolo di madre, sposa o sorella del Dio; oppure, come nella religione cattolica, al ruolo di Madre vergine.

La cultura patriarcale ha ri-elaborato, quindi, i miti della creazione ponendo al vertice del pantheon un Dio maschio: An per la mitologia sumera, Zeus per la quella greca, Brahma per la tradizione induista. Successivamente, anche nelle religioni monoteiste, Dio è sempre stato inteso al maschile, in contraddizione con l'evidente realtà che ogni essere vivente della Terra è partorito dalla femmina: origine di tutte le cose, grande utero che tutto genera.



gb
​


​APPROFONDIMENTI
ORIGINI E ARTE
​

ORIGINI | ARTE | LA DEA. UNA E TRINA
ORIGINI | ARTE | ARCHETIPO
ORIGINI | ARTE | IL SESSO SACRO
ORIGINI | ARTE | SIMBOLI DELLA DEA #2

QUEER E ARTE                                                        1990                                                          REGRESSIONE E ABBIETTO

1/3/2022

 
Foto
Paul McCarthy | Mixed Bag, 2019


​REGREDIRE

Durante il corso degli anni Novanta si è approfondito quel ritorno al reale che Hal Foster intravide già alla fine degli anni Ottanta e che lo indusse a parlare di un'arte che, proprio per la tendenza a non nascondere nulla, poteva diventare pornografia, necrofilia, segnata dall'impudenza e quindi persino “abbietta”.

Rivedendo l'arte degli anni Novanta ci si stupisce delle tante figure di psiche frustrata e corpi feriti, ma bisogna ricordare (come si è fatto in Art&Aids) che fu un periodo di grande risentimento e disperazione per la persistente crisi del virus dell'HIV, la sconfitta dello stato assistenziale, nonché per la povertà crescente. In questo periodo molti artisti misero in scena la regressione come espressione di protesta e di sfida, spesso in forma di performance, video e installazioni.

L'Arte è invasa di avvilimento e rigetto, di confusione, di sporco ed escrementi. Condizioni e sostanze che si oppongono all'ordine sociale e se leggiamo Il disagio della società (1930), Freud afferma, confermando, che la civiltà si fonda sulla rimozione del corpo basso, dell'analità e dell'olfatto, e sul privilegio del corpo eretto, della genitalità e della vista.


E' come se questo tipo di arte cercasse di rovesciare la civiltà, per annullare rimozione e sublimazione attraverso un'ostentazione dell'anale e del fecale. Questa sfida, rappresenta una corrente sotterranea nell'arte del XX secolo: dal manichino da caffè di Duchamp, passando per la merda in scatola di Pietro Manzoni, fino alle pratiche di Kelley e Miller, con cui diventa autocosciente.


Miller e Kelley


“Parliamo di disobbedienza”, dice uno striscione fatto in casa da Kelley, “Me la faccio addosso e ne vado fiero” recita un altro. Per quanto patetica, questa sfida può anche essere perversa: una distorsione delle leggi delle differenze sessuali, una messa in scena delle regressione a un universo anale dove la differenza in quanto tale è oscurata.

Per esempio, in Dick/Jane (1991) Miller sporcò di marrone una bambola bionda con gli occhi azzurri e la seppellì fino al collo in qualcosa che assomigliava a degli escrementi. Personaggi familiari della vecchia scuola elementare, “Dick” e “Jane” insegnarono a una generazione di bambini americani a leggere – e a leggere le differenze sessuali. Nella versione di Miller, Jane è trasformata in un composto fallico e affondata in un tumulo fecale. La differenza tra maschi e femmine è cancellata e sottolineata allo stesso tempo, come la differenza tra bianco e nero. In questo modo Miller crea un mondo anale che testa i termini convenzionali della differenza: sessuale e razziale, simbolica e sociale.

Anche Kelley, spesso, colloca le sua creature in un universo anale. “Noi interconnettiamo tutto, creiamo un campo”, ha fatto dire Kelley dal coniglio all'orsetto, in Teoria, spazzatura, animali di pezza, Cristo, “così non c'è più nessuna differenziazione.” L'artista esplora lo spazio dove i simboli si mescolano, dove “i concetti feci” (denaro, dono), bambino e pene sono a malapena distinti l'uno dall'altro”, come scrisse Freud sullo stadio anale. Kelley partecipa a questo stato di cose non tanto per celebrare l'indistinzione materiale, quanto per mettere in crisi la differenza simbolica. Lumpen, la parola tedesca dalla quale viene Lummpenproletariat (“il rifiuto, la feccia, la schiuma di tutte le classi che interessò Karl Marx), è un termine cruciale nel lessico di Kelley, una sorta di sinonimo di abbietto.

La sua arte è infatti caratterizzata da forme
lumpen (animali giocattolo sporchi legati insieme in masse deformi, tappetini sporchi gettate sopra forme disgustose), temi lumpen (immagini di sporco e spazzatura) e personaggi lumpen (uomini disfunzionali che costruiscono nei semi-interrati e nei giardinetti dietro casa bizzarri congegni con pezzi presi da chi sa dove). Un'arte di oggetti ed esseri degradati che resistono ad una modellazione formale, e ancor più ad una sublimazione culturale o un riscatto sociale.




Ritorno all'infanzia

​
Alcuni artisti, invece, sembrano oggettivare, attraverso le loro opere, le fantasie proprie di un bambino. Per esempio, nelle sue installazioni Rona Pondick ha costruito dei teatri quasi infantili di pulsioni orali-sadiche, non solo in Bocca (1992-93), una moltitudine di bocche sporche con denti disgustosi, ma anche in Latte latte (1993), un passaggio di rilievi mammari con capezzoli multipli.

Nel frattempo altri artisti hanno focalizzato la loro attenzione sugli effetti di tali fantasie. A
d esempio Kiki Smith ha sempre colato organi e ossa, come cuori, uteri, bacini e costole, in diversi materiali quali cera, gesso, porcellana e bronzo. Mossa inizialmente da un'autentica forza deflagrante incentrata sulle particolari sculture realizzate, Kiki Smith si è resa nota nei primi anni novanta grazie alla radicalità, quasi sgradevole, con cui ha osservato la natura umana e le sue forme, letteralmente rivoltandole quasi dall'interno all'esterno.
​


ABBIETTO
​


​“L'abbietto è una sostanza caricata psichicamente spesso immaginaria, che si situa tra qualche parte tra un soggetto ed un oggetto; ci è allo stesso tempo alieno ed intimo e svela la fragilità dei nostri limiti, della distinzione tra ciò che è all'interno o ciò che è all'esterno. L'abiezione cosi è una condizione nella quale la soggettività è messa in crisi, “dove i significati collassano”

 Julia Kristeva

​​

L'abietto è un concetto complesso sviluppato da Julia Kristeva nel suo libro del 1980 Powers of Horror. Si può dire molto semplicemente che l'abbietto consiste di quegli elementi, in particolare del corpo, che trasgrediscono e minacciano il nostro senso di pulizia e decoro.

L'abietto copre tutte le funzioni corporee, o aspetti del corpo, che sono considerati impuri o inadeguati per l'esposizione pubblica o per la discussione. Ma, sottolinea Jean Clair, il verbo abjicere significa anche rifiutare, vendere a basso prezzo, disfarsi di qualcosa. Insomma, abbietto è tutto ciò che si riferisce sia all'abbattimento che all'avvilimento, tutto ciò che ha a che fare con il campo della degradazione.


Nel 1993 il Whitney Museum di New York, ha allestito una mostra dal titolo Arte abietta: Repulsione e Desiderio nell'Arte americana, che ha dato il “nome” ad una corrente più ampia di cui Cindy Sherman, Louise Bourgeois, Helen Chadwik, Paul McCarthy, Gilbert&George, Robert Gober, Carolee Schneemann, Kiki Smith e Jake e Dino's Chapman e molti altri, sono visti come i fautori dell'abbietto in arte.

Con l'arte abbietta, scriveva Jean Clair, siamo un passo più avanti nell'immondo. Non siamo più nel subjectus del soggetto classico, siamo nell'abjectus, nel rigetto, nello scarto dell'umano postmoderno. È molto di più della tabula rasa dell'Avanguardia. È tutto ciò che si riferisce all'abbattimento, all'avvilimento, all'escrezione.

Questi fenomeni dell'arte attuale, da
McCarthy a Damien Hirst, sono una perfetta illustrazione di quello che il filosofo Marcel Gauchet chiama "l'individuo totale", vale a dire colui che ritiene di non avere nessun dovere nei confronti della società, ma tutti i diritti di un "artista", "totalitario" com'era un tempo lo Stato, in cui traspariva lo spettro del bambino che crede di essere onnipotente e di imporre agli altri, attraverso le istituzioni pubbliche, gli escrementi di cui si compiace.

Nell'arte attuale non faremo l'apprendistato del gusto, ma faremo il disapprendistato di quel disgusto inculcatoci fin dalla prima infanzia, per farci capire che tenere sotto controllo gli sfinteri è cosa importantissima.




Fonti
traduzioni di Davide Monetto

J.Claire, in Jeff Koons e i suoi fratelli quell'arte senza valore (sociale), traduzione di F. Galimberti, in “La Repubblica”, 25-9-2010
​J.Claire, De Immundo, trad. it. di P. Pagliano, Abscondita, Milano 2005
G. Dorfles, Ultime tendenze nell'arte di oggi, Feltrinelli, Milano 1999
H. Foster, The return to the Real, Mit press e October Books, Cambrige, 1996
Abject Art: Repulsion and Desire in American Art. New York: the Whitney Museum of American Art, 1993, curata da Craig Houser, Leslie C. Jones and Simon Taylor con i testi dei curatori e Jack BenLevi.
E. Sussman (a cura di), Mike Kelley: Catholic Tastes, Whitney Museum of American Art, New York, 1993
L. Shearer (a cura di), Kiki Smith, Wexner Center for the Visual Art, Columbus 1992
J. Kristeva, Poteri dell'orrore. Saggio sull'abiezione, Spirali, Milano 1980
Alla voce Abject Art, Glossario della Tate Modern New York http://www.tate.org.uk/collections/glossary/definition.jsp?entryId=7

gb 
​



approfondimenti
queer e arte


QUEER E ARTE | SECONDO NOVECENTO | CORPO, RITO, AKTION
QUEER E ARTE | SECONDO NOVECENTO | POSTMODERNO
QUEER E ARTE | NOVECENTO | COMPORTAMENTO E ARTE
QUEER E ARTE | 1980 | ART&AIDS

TECNOLOGIA E ARTE                                                ANNI NOVANTA E DUEMILA

1/9/2018

 


VIDEO MONoCAnaLE​
​

Gli anni Novanta rappresentano un periodo di cambiamento radicale nel panorama produttivo audiovisivo in genere, e videoartistico in particolare. La fine della tecnologia analogica pone un problema pratico al mondo della videoarte, ovvero la conservabilità delle opere, soprattutto delle videoinstallazioni. 

La maggior parte dei videoartisti fra gli anni Sessanta e Settanta - Nam June Paik, Bill Viola, i Vasulka, Zbigniew Rybczynski, Robert Cahen, Gary Hill, per citare solo alcuni nomi storici - interrompe la produzione “su schermo singolo” a favore della videoinstallazione, ed il semplice passaggio di formato del quadro da 4:3 a 16:9 per alcuni videoartisti rappresenta uno scarto di linguaggio notevole da affrontare: per il video monocanale, bisogna ripensare la modalità di ripresa, mentre per le videoinstallazioni, riprogettare l’intero allestimento, immaginando monitor rettangolari e non più quadrati. ​

Inoltre
 l’avvento dell’alta definizione digitale (o HD) provoca una piccola scossa in tutto il comparto audiovisivo, e determina un decisivo ritorno a un’esigenza di pulizia, netidezza e precisione dell’immagine. Una tensione a una forma visiva molto definita, simile a quella fotografica o cinematografica. 

​
La qualità dell’immagine suggerita da questo formato digitale determina uno standard estetico: il ritorno all’idea dell’immagine fotograficamente pulita, quando non addirittura patinata. Da MTV alle mostre di videoarte, la parola d’ordine sembra essere: definizione. 
​
​E se è vero che nelle ultime opere monocanali di Bill Viola o di Gary Hill questa tendenza è già piuttosto netta, è altrettanto chiaro che lì, i riferimenti sono a certe forme di cinema d’avanguardia trasferiti dentro un’estetica elettronica.

​Proprio nel momento in cui le produzioni cinematografiche stanno 
progressivamente abbandonando la pellicola a favore dell’HD, nel settore videomusicale e in varie esperienze videoartistiche ritorna la pellicola, oltre all’HD, come uno dei supporti possibili da usare. Insomma, nel settore dell’arte contemporanea la videoarte riparte da zero, ovvero dal cinema.


​RIPARTIRE DAL CINEMA

​La rinnovata voglia di cinema, sdogana, inaspettatamente, anche l’animazione tradizionale a sfavore della computer grafica: un esempio fra tutti è William Kentridge, che realizza i suoi cortometraggi, in pellicola, con una tecnica ai limiti dell’archeologia dell’animazione, realizzando installazioni in cui lavora su un’estetica vintage che affonda nelle origini della storia del cinema.​ ​

Ritornano il set, la troupe e anche alcuni generi trattati, dal punto di vista linguistico, in modo molto classico, come il documentario, spesso intriso di autobiografia, come per esempio nelle produzioni di Shirin Neshat, o nelle videoinstallazioni di Eija-Liisa Ahtila, veri e propri docu-fiction frazionati in vari schermi, come If 6 Was 9, del 1999, o infine in alcune produzioni di Doug Aitken, dove la rappresentazione documentaristica del paesaggio, naturale o industriale, diventa un tema ossessivo.

Il riferimento, spesso nostalgico, alla memoria del cinema e dei suoi divi diffonde una vera e propria cinefilia di ritorno, come in 24 Hours Psycho di Douglas Gordon (1993), dove il film di Alfred Hitchcock viene rallentato fino a diventare, appunto, lungo 24 ore. Mentre in Telephones (1995) e The Clock (2010) di Christian Marclay si ripresenta l’estetica del found footage rimontato. 

Ritorna il feticismo nei confronti della pellicola come materiale, per esempio nell’opera di Tacita Dean, che lavora rigorosamente in 16mm ed espone una videoinstallazione dal titolo più che paradigmatico, Film (2011), proiettando immagini su un’enorme struttura verticale a forma, appunto, di pellicola. 

​
Oppure si recupera l’immagine della sala cinematografica in The Muriel Lake Incident (1999) di Janet Cardiff, dove l’installazione consiste nell’inserimento di un piccolo modello di cinematografo dentro una struttura di legno con un’apertura che l’osservatore può usare per guardare all’interno.

FILM

Per alcuni la formula monocanale può coincidere con la produzione di un vero e proprio film. Pensiamo a Pipilotti Rist con Pepperminta (2009), Shirin Neshat con Women Without Men (2009), ma forse la parabola più significativa è quella di Steve McQueen, videoartista e regista cinematografico che vince l’Oscar con un film narrativo tradizionale, 12 Years a Slave (12 anni schiavo) del 2013.
​

Al contrario, altri artisti creano un’estetica che manda in corto circuito la formula video monocanale con quella più tradizionalmente cinematografica. È il caso di Matthew Barney che fra il 1999 e il 2002 realizza un mastodontico progetto The Cremaster Cycle, formato da cinque episodi. 

Il modello linguistico sul quale Barney lavora è una sorta di cinema liquido, ipnotico, dove tutto accade lentamente
 senza che vengano applicati effetti di rallentamento. Le riprese, girate con una cura maniacale della fotografia fino a risultare patinate, non subiscono nessun tipo di trattamento se non di correzione del colore.

I video di
 Barney sono la rappresentazione quasi estatica di alcune situazioni visive che lavorano sulla ricchezza di elementi delle scenografie, sulle azioni dei performer, sulle loro mutazioni e sui loro costumi. Con lo stesso approccio è realizzato uno degli ultimi video, Drawing Restraints 9 (2005), ritratto rituale dell’incontro con la musicista islandese Björk. 
​


​FILM DA CAMERA

L’operazione che forse più di tutte sintetizza questa tendenza espositiva con il desiderio di assimilare sempre di più il mondo del cinema, o più in generale dello spettacolo (e dei suoi divi) sono i Vroom Portraits (2012) di Robert Wilson. 

Il video monocanale diventa così una videoinstallazione a schermo singolo, che entra nelle case di chi la acquista come un flusso ​audiovisivo su un monitor piatto, che può essere usato come un quadro. Che poi il formato finale sia ovviamente digitale, non importa, perché viene percepito e definito anche dagli addetti ai lavori come un “film”, o una foto in movimento.

​Nasce un genere che potremmo chiamare 
film da camera, piuttosto lontano dalle istanze linguisticamente rivoluzionarie e sperimentali della videoarte.

gb



APPROFONDIMENTI
TECNOLOGIA E ARTE


TECNOLOGIA E ARTE | ANNI SETTANTA E OTTANTA
TECNOLOGIA E ARTE | ANNI CINQUANTA E SESSANTA
TECNOLOGIA E ARTE | IL VIDEO
TECNOLOGIA E ARTE | UN PO' DI STORIA

Arte dionisiaca | Caos e Tragedia

6/8/2016

 

In origine era il Caos

Immagine
Apollo non era il contrario di Dionisio nella Grecia arcaica, bensì l'altro aspetto, e questi due dei, insieme, davano espressione alla realtà esistenziale percepita dai greci. Le pulsioni incontrollate, personificate dal dio caprino, non rappresentavano un polo morale, o meglio, come si direbbe oggi, immorale, bensì erano accettate per quello che sono: una parte del proprio sé. Similarmente Freud arriverà alle medesime conclusioni quando affermerà:

"chiamiamo Es la più antica di queste province o istanze psichiche: suo contenuto è tutto ciò che ereditato, presente fin dalla nascita, stabilito per costrizione, innanzi tutto dunque le pulsioni che traggono origine dall'organizzazione corporea e che trovano qui in forme che non conosciamo una prima espressione psichica. Sotto l'influsso del mondo esterno reale che ci circonda una parte dell'Es ha subito un'evoluzione particolare. Da quello che era in origine lo strato corticale munito degli organi per la ricezione degli stimoli, nonché dei dispositivi che fungono da scudo protettivo contro gli stimoli, si è sviluppata una particolare organizzazione che media da allora in poi fra Es e mondo esterno. Questa regione della nostra psichica l'abbiamo chiamata Io."

Originariamente, dunque, nella storia evolutiva della persona, tutto era Es e l'Io si è sviluppato, come ci dice Freud, dall'Es per influsso persistente del mondo esterno (l'educazione, la civilizzazione). Il mondo esterno, che qui possiamo soprannominare “l'educazione di Apollo”, media e filtra le pulsioni e le trasforma in sublimazione, in arte. Le energie filtrate e sublimate conservano, arrivando alla meta della rappresentazione, una carica sufficiente per produrre l'ebbrezza di Apollo, quella di cui Nietzsche parla e concede anche al dio delfico. Questa non è la stessa ebrezza della scarica nella sua epifania dionisiaca, quella bestiale che si traduce nel grido orgiastico dell'organismo, bensì quella della contemplazione, uno stato di godimento celestiale, paradisiaco, che può essere molto intenso ma da un punto di vista topico si trova all'altro polo. Il concetto di una sublimazione che canalizza le energie dionisiache distillate e depurandole fino al raggiungimento della loro meta.
. Freud, all'intuizione folgorante di Nietzsche, contrapponeva un lungo lavoro empirico ma le conclusioni furono le stesse:

"come da tempo abbiamo appreso, l'arte offre soddisfacimenti sostitutivi per le più antiche rinunce imposte alla civiltà e contribuisce perciò come null'altro a riconciliare l'uomo con i sacrifici da lui sostenuti in nome della civiltà stessa. Le creazioni dell'arte promuovono d'altronde i sentimenti d'identificazione, di cui ogni ambito civile ha tanto bisogno, consentendo sensazioni universalmente condivise e apprezzate: esse giovano però anche al soddisfacimento narcisistico allorché raffigurano le realizzazioni di una certa civiltà alludendo in modo efficace ai suoi ideali.

Muore Dioniso. Muore la Tragedia

Immagine
Certo è, da quanto emerge fin qui, che l'alternarsi dei due elementi, apollineo e dionisiaco, è all'origine non solo della vita, essi sono un binomio inscindibile che caratterizza anche l'interiorità dell'uomo. L'uno è necessario all'altro. L'arte, in quanto diretta espressione della vita, ne riproduce il conflitto tragico. Le diverse forme artistiche si sono generate a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro elemento, ma il culmine dell'espressività si è raggiunto nella tragedia greca, in quanto al suo interno si riproduce infatti il conflitto in atto nella vita.

"L’eccitazione dionisiaca è in grado di comunicare a tutta una massa questo talento artistico, di vedersi attorniata da una tale schiera di spiriti, con la quale essa sa di essere intimamente una. Questo processo del coro della tragedia è il fenomeno drammatico originario: vedere se stessi trasformati davanti a sé e agire poi come se si fosse davvero entrati in un altro corpo, in un altro carattere […] C’è qui qualcosa di diverso dal rapsodo, che non si fonde con le sue immagini, ma che, simile al pittore, le vede fuori di sé con occhio contemplante; qui c’è già un annullamento dell’individuo per il l’ingresso in una natura estranea […] Il coro ditirambico è un coro di trasformati, in cui il passato civile e la posizione sociale sono completamente dimenticati: essi sono diventati i servitori senza tempo del loro dio, viventi al di fuori di ogni sfera sociale. Tutto il resto della lirica corale dei Greci è soltanto un’enorme estensione del singolo cantore apollineo, mentre il ditirambo ci sta innanzi una comunità di attori inconsci, che si considerano tra loro come trasformati […] In questo incantesimo chi è esaltato da Dionisio vede se stesso come Satiro, e come satiro guarda a sua volta il dio, cioè nella sua trasformazione egli vede fuori di sé una nuova visione, come compimento apollineo del proprio stato."

Privo dell’elemento dionisiaco la commedia nuova non prese le sembianze, come si potrebbe credere, di un’opera devota ad Apollo, bensì seguace di quello che Nietzsche chiamava un socratismo estetico, e quindi di un arte devota e che serve un nuovo demone: Socrate. Sarà questo il nuovo contrasto, non più fra apollineo e dionisiaco, ma fra dionisiaco e socratismo. “tutto deve essere razionale per essere bello”. Questa proposizione che si sposa perfettamente con il principio socratico: “solo chi sa è virtuoso” fu il canone con cui Euripide si misurava per la creazione delle sue opere; tutto divenne razionale, chiaro perché spiegato. E tale tendenza, denuncia il filosofo, è chiara ed evidente all’interno del prologo: 

"che un singolo personaggio si presenti all’inizio del dramma e racconti chi è, che cosa procede l’azione, che cosa è accaduto fin ora, e anche che cosa accadrà nel corso del dramma […] si sa già tutto quello che accadrà; chi vorrà attendere che questo realmente accada, dato che qui in nessun modo si presenta lo stimolante rapporto fra sogno profetico e una realtà che si verificherà più tardi?"

Con il cambiare della struttura e della funzione che il teatro rivestiva, alla tragedia si sostituì la “commedia attica nuova”. In essa sopravvisse, tuttavia, la forma, degenerata, della tragedia, ma ciò che la caratterizzò fu il portare lo spettatore sulla scena: "lo specchio in cui prima venivano riflessi solo i tratti grandi e arditi mostrò ora quella meticolosa fedeltà che riproduce coscienziosamente anche le linee non riuscite della natura". Ora lo spettatore vedeva e sentiva sulla scena il suo sosia, lo prendeva ad esempio, imparava il suo linguaggio: imparava a discutere con le più furbe sofisticazioni, traeva delle conclusioni. È con questo capovolgimento del linguaggio che fu possibile al suo ideatore, Euripide, creare la commedia nuova. Se fino a quel momento il linguaggio era stato determinato dal semi-dio nella tragedia, prendeva ora a parlare la mediocrità cittadina su cui Euripide fondava le sue speranze: ora tutta la massa filosofava, ora conduceva i suoi processi. Euripide portò lo spettatore sulla scena, e così facendo lo mise, per la prima volta, in condizione di poter giudicare il dramma, creando un rapporto di corrispondenza tra opera d’arte e pubblico.

giovanni bertuccio

ARTE DIONISIACA                                                    Il Sublime. Da Burke a Nietzsche

5/25/2016

 
Immagine
Uno dei temi che sono maggiormente in grado di mostrare la molteplicità delle fonti e dei problemi relativi all'inizio di un discorso estetico è probabilmente quello del sublime, in cui argomenti poetici, filosofici, etici e artistici in esso si fondono, o si scontrano, in direzioni spesso ambigue e confuse. Il sublime rischia anzi di presentarsi, sul piano storico, proprio come la storia di un equivoco, in cui vi è sempre timore dell'arbitrarietà critica quando, sotto un solo nome, si racchiude l'incrocio di più discipline. Non potendo soffermarci su un percorso lineare ed esaustivo sulle teorie nate attorno al sublime, ci limiteremo a prendere in considerazione le idee di alcuni autori che, attraverso i secoli e le correnti, hanno guardato da diversi punti di vista la questione prima del Novecento.

Certo è che soltanto a partire dal Settecento il sublime diviene una vera e propria categoria estetica, contrapponendosi alla centralità del bello oppure rafforzandone le potenzialità estetiche. Il godimento estetico nelle belle forme, nella grazia e nella proporzione lasciava, nel Settecento, anche se in fase germinale, il posto alla predilezione verso un nuovo sentimento, quello del sublime, in grado di aprire, al nostro interno, un orizzonte oscuro, lo stesso che lega la natura alle passioni dell'uomo. Ed è seguendo questa direzione che Edmund Burke con la sua Indagine filosofica sull'origine delle nostre idee di Sublime e Bello, rappresenta un fondamentale passaggio storico-teorico del concetto. Nella ricerca di Burke il sublime è definito come <<ciò che produce la più forte emozione che l'animo sia in grado di sentire>>; emozione che tuttavia non deriva da una “reale” esperienza negativa ma da una situazione in cui, pur avendo una ben precisa idea del dolore e del pericolo, non né siamo a diretto contatto. Di fronte a sentimenti quali paura, dolore o orrore, lo stupore che invade e paralizza non deve condurre alla distruzione del soggetto, bensì deve indurre la consapevolezza di un dolore “mancato”, che si guarda a distanza. Il piacere generato da questa situazione, sublime perché ambigua, non è per Burke un vero e proprio piacere “positivo” vista la sua relazione con il dolore.

Il sublime si pone dunque come istinto di auto-preservazione in tutte quelle situazioni in cui il soggetto è in uno stato di “privazione”, ad esempio di fronte all'infinito, al vuoto, all'oscurità, alla solitudine o al silenzio. È chiaro come questo tipo di sensazione, o meglio sensazioni al plurale, si contrappongano nettamente al concetto di bello, sia nei risvolti estetici che artistici. Il bello non è più forma, proporzione con Burke. Il bello non deve soddisfare più il piacere degli occhi attraverso giochi cromatici o trovate prospettiche. Più che condizioni esterne il bello deve soddisfare necessità interne. Dalla messa in pratica di regole che ne decretavano la bellezza, l'arte più che essere vista, da qui in poi, e molto lentamente, andava sentita financo vissuta.
​

Ovviamente le riflessioni estetiche sul sublime andarono alimentandosi, il secolo di Burke si chiuse con le osservazioni kantiane e le opere di Schiller e Schelling; l'Ottocento caricò di nuova enfasi le definizioni, dando vita alle opere di Hegel e Schopenhauer, con le quali il divario arte vita andava rimpicciolendosi. Consideriamo sinteticamente le opere dei due. Nella sua Estetica, Hegel pone il sublime, concordando con i suoi predecessori, come la manifestazione estetica di un contrasto fra finito e infinito.

Immagine
Il sublime diviene il tentativo di esprimere l'infinito, senza che tuttavia si riesca a trovare nel mondo delle apparenze un oggetto che offra per tale infinità un'adeguata rappresentazione. Nel sublime hegeliano, più che il dolore interiore e il tormento etico introdotti in Kant, è presente una tensione inappagata, che spinge verso il superamento delle situazioni sublimi attraverso il divenire dello spirito artistico, in quanto l'arte è in grado di restaurare l'assoluto. Ne Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer, invece vede il sublime come vicino a quegli oggetti che invitano con la loro forma alla pura contemplazione ma che, al tempo stesso, per la loro grandezza e “forza superiore”, hanno un atteggiamento ostile e minaccioso nei confronti della volontà umana. È dunque proprio con Schopenhauer che il termine sublime tende ad allontanarsi dal contesto estetico in cui si era inserito da più di un secolo, per presentarsi come una grande metafora della condizione umana, come una sorta di stato esistenziale al tempo stesso eccelso e minaccioso.1

Con i pensatori romantici l'attenzione della riflessione filosofica si sposta dalla natura, come oggetto di indagine, all'arte. Originale, nel periodo romantico, è soprattutto il legame tra le diverse forme, dettato non dalla ragione, ma dal sentimento e dalla ragione, legame che non mira a escludere le contraddizioni o a risolvere le antitesi (finito/infinito, intero/frammento, vita/morte, mente/corpo), ma ad accoglierle in un insieme unitario. La bellezza cessa di essere forma e diventa bello l'informe, il caotico. Non interessa più l'appagamento degli occhi, ma si è più inclini alla fascinazione di ciò che viene suscitato nell'animo dello spettatore.
Con il progredire della società e il suo, conseguente, complicarsi, cambia inevitabilmente, anche il singolo che vive in questa società.

L'uomo moderno non è più, come si credeva, il frutto di un'evoluzione ma, comincia a insinuarsi l'idea che
l'uomo sia il prodotto di una degenerazione della purezza originaria, e poste cosi le cose, la battaglia contro la civiltà andava combattuta con armi nuove, non più trattate dall'arsenale della ragione (che è prodotta dalla medesima degenerazione), ma far prevalere le armi del sentimento, della natura. La natura stessa, contrapposta all'artificio della storia appariva oscura, informe, misteriosa: non si lascia catturare da forme precise e nette, ma travolge lo spettatore con visioni grandiose e sublimi. Per questo non si descrive la bellezza della natura, ma la si sperimenta direttamente, la si intuisce lanciandovisi dentro.
​

I significati classici di bellezza, dunque, sono definitivamente ridiscussi e si giunge a ipotizzare, come accadrà in Victor Hugo, che siano la molteplicità delle cose brutte, e non l'armonia della bellezza, le sole capaci di dire la complessità dell'arte. Anche Baudelaire, esaltando il senso simbolico del bello, ne afferra anche la contingenza e di conseguenza la pluralità di modi e categorie attraverso le quali la sua forza può esplicarsi. La bellezza apollinea è ormai attraversata, come dimostra la Nascita della tragedia di Nietzsche, da un impulso dionisiaco, spirito di ebrezza e di trasgressione eccedente. Con quest'opera si chiude il secolo dei romantici e si saluta da vicino il Novecento portando in eredità la distruzione dell'idea classica del bello e della sua autonoma pienezza simbolica. Elementi che avranno pieno compimento nel corso di tutto XXI sec., ma che già, all'epifania del nuovo secolo, trovarono nuova linfa nei movimenti d'avanguardia: Dadaismo, Surrealismo, Espressionismo, Futurismo contestarono fermamente la possibilità di una forma assoluta per il bello e ancor più radicalmente negarono che l'arte possa trovare nella bellezza un principio di sintesi o di definizione.

giovanni bertuccio

L'arte dionisiaca. Tracce di ibridi

5/10/2016

Comments

 
Immagine
Sempre più spesso nelle ultime decadi - ma come basso ostinato per tutta la storia dell'arte - piccoli mostri o ibridi uomo-animale hanno occupato tele, sono fuori usciti dalla materia degli scultori, hanno raggiunto la videoarte, sono stati immortalati dalla fotografia. Un mondo fantastico e favolistico che, scacciato dalle società odierne e nascondendosi nei boschi, pretende oggi, a ragione, una sua ricollocazione. Ma perché, un mondo che insegue la bellezza e ha fatto del suo cavallo di battaglia in onore alla civiltà la lontananza dell'uomo dalla sua natura animale, dovrebbe partorire invece, come una serpe in seno, il suo esatto opposto? Cercheremo di scoprirlo e affronteremo anche la scoperta di un'arte devota, consacrata, forse inconsapevolmente, alle istanze dionisiache. Risponderemo alle domande: perché ibridi? Da dove arrivano? Cosa significano? Quale messaggio nasconde questo tipo d'arte? Quale percorso nel panorama della storia delle arti? Cominciamo dunque il viaggio alla scoperta dell'arte dionisiaca e della conseguente profezia dell'uomo nuovo. 

Immagine
La Grecia. Preludio e coda 

Nella mitologia greca – civiltà che ci ha fondati e ci ha impartito le migliori lezioni, che ci portiamo dentro, inconapevolmente, nel nostro dna -, gli ibridi uomo-animale incarnano spesso concetti legati al pericolo, alla sfida e alla morte. 
In passato si trattava per lo più di figure femminili (sfingi, meduse, sirene), dalla bellezza pericolosa, in grado di sedurre e uccidere. Il loro potere consisteva nel melodioso e letale canto, e venivano raffigurate con il corpo di uccello e il volto da donna. Nelle epoche successive si sono trasformate diventando con corpo da donna e coda, o coda di pesce, incarnando universalmente il simbolo della seduzione e del fascino femminile. 
Legate alla conoscenza e al mistero della vita e della morte, in età moderna, il fascino di queste creature esplose in ambito simbolista, con la creazione del mito della femme fatale: la donna la cui doppia natura ammalia e distrugge, e sopravvive fino ai nostri giorni, interpretato da artisti di tutte le epoche, da Max Klinger a Paul Delvaux; da Gustav Moreau, Dante Gabriel Rossetti e Kiki Smith fino alla parodia di Jeff Koons.

Immagine
Accanto a questa galleria di figure femminili, una quadreria di figure maschili come il Minotauro, i Satiri dionisiaci, le creature mitologiche, con corpo maschile e testa di toro, incarnano fin dall'antichità concetti legati all'istintualità, alla violenza, all'erotismo. 
Per il suo rimando all'istinto, la figura del mostro di Creta si è sposata perfettamente con la poetica surrealista prima e contemporanea poi, volta all'affermazione del potere dell'inconscio, in quanto i Satiri e i Centauri e tutto il corteo dionisiaco, non stanno né coi mortali né con gli dei immortali, ma vivono in una sorta di interregno tra quello umano e quello divino. 

L'idea di un'umanità pre-umana, o para-umana, abitata dagli dei dell'Olimpo e da figure fantastiche si associa all'ideale di un stato di natura assoluto. 
Una zona mitica che sta al di qua e al di là di ogni "disagio della civiltà", un'altra realtà che ci accompagna, un'alterità appunto. 
Sono i tempi di una sessualità violenta e non censurata, dell'erotismo sfrenato, della gioia festosa dell'ebbrezza. Della danza, della musica, ma anche della violenza ferina, non mitigata, selvaggia. Sono anche i mondi della contemplazione dell'armonia arcadica, condizione cui gli uomini aspireranno quale assoluto da raggiungere. L'Arcadia, quindi, è un luogo dell'immaginario ma anche una condizione dello spirito. E se è vero che, come diceva Panofsky, anche nell'Arcadia c'è la morte, si tratterà di una morte accettata come un evento naturale, culmine di un'esistenza ciclica perché mitica. 

Immagine
Infine, il ruolo dell'uomo-animale, come essere legato alla divinità o dotato di facoltà superiori, fa si che nella mitologia greca, il centauro Chirone sia un essere civilizzato. E' amico degli uomini ed è maestro di eroi e dei, infatti uno dei suoi compiti è quello della formazione di Achille. Qui, Chirone rappresenta l'ibrido mitico dotato di una saggezza superiore, e qui diviene metafora per una critica sociale, punto nevralgico e significato dell'arte dionisiaca. E sotto questa luce lo hanno visto artisti quali Gustave Moreau, Jacob Jordaens e Jacek Malczeski, in cui l'ibrido è dotato di una creatività che all'uomo/artista è sconosciuta. Proprio nell'opera di Malczewski, infatti, il satiro sussurra all'orecchio del suonatore la "nota sconosciuta", un segreto magico, mostrando il suo legame con le forze divine. Perché allora, concordando con Aby Waburg, l'uomo dovrebbe collocarsi al di sopra degli animali? Gli uomini sono soltanto capaci di fare qualcosa, mentre l'animale è capace di esprimere ciò che è, in modo naturale. 

giovanni bertuccio

Comments

    Autore

    Giovanni Bertuccio

    Archivi

    Febbraio 2025
    Gennaio 2025
    Gennaio 2022
    Gennaio 2021
    Gennaio 2020
    Settembre 2019
    Marzo 2019
    Gennaio 2019
    Ottobre 2018
    Giugno 2018
    Maggio 2018
    Aprile 2018
    Gennaio 2018
    Marzo 2017
    Dicembre 2016
    Novembre 2016
    Ottobre 2016
    Settembre 2016
    Luglio 2016
    Giugno 2016
    Maggio 2016

    Categorie

    Tutti
    Action Painting
    AIDS
    Amazzoni
    Anna Halprin
    Annibale Ruccello
    ANNI NOVANTA
    Anni Sessanta
    Antropologia
    ARCHETIPO
    Arnulf Rainer
    Art Brut
    Arte
    Arte Dei Folli
    ARTE E STRADA
    Artepaleolitica
    Arte Preistorica
    ARTE RELAZIONALE
    Arte Rupestre
    Artivisive
    Azioni
    Bodyart
    CAMP
    Cibele
    CIRCO VERTIGO
    CLAUDIO ZANOTTO CONTINO
    COMPORTAMENTO
    COOPERATIVA ITALIANA ARTISTI
    Coreografi
    Corpo
    CORPO E TEATRO
    Cromosomi
    Cubo Teatro
    Danza
    DANZA CONTEMPORANEA
    Danza Di Comunità
    Danza Di Comunità
    DANZA URBANA
    Dea
    DEA MADRE
    DES Danza Educazione Società
    Donna
    Drag
    Egitto
    EGRIBIANCODANZA
    Entu
    FESTIVAL
    FLIC TEATRO
    Franca Zagatti
    Gender
    Genere
    Genetica
    GRAFFITISMO
    Graphic Novel
    Gunter Brus
    Hans Prinzhorn
    Hermann Nitsch
    Ierodulia
    Il Teatro Dell'altro
    Incoscio Collettivo
    Informale
    INTERPLAY FESTIVAL
    Interviste
    Ishtaritu
    ITALIA
    Jean Claire
    Jean Dubuffet
    JEFF KOONS
    Judson Dance Theate
    Jung
    Kunst Und Revolution
    LACAN
    La Nuova Drammaturgia Napoletana
    L'art Chez Les Fous
    Lesbismo
    Luca Silvestrini
    Malerei-Selbstbemalung-Selbstverstumme-lung
    Maria Gimbutas
    Mario Mieli
    Matriarcato
    Mesopotamia
    MICHEL FOUCAULT
    Miti
    Monique Witting
    MOSTRE
    Naditu
    NATURA IN MOVIMENTO
    Nicola Galli
    NICOLAS BOURRIAUD
    NOVECENTO
    Origini
    ORLAN
    Otto Muehl
    Otto Muhl
    Performance
    Pollock
    PROGETTO ORESTE
    Protein Dance Company
    PSICODRAMMA
    Psicologia
    Qadishtu
    QUEER
    Queer E Arte
    Queer E Danza
    Queer E Teatro
    Registi
    Renato Barilli
    Riti Di Passaggio
    Riti Orgistici
    Rito E Danza
    RUDOLF LABAN
    Scultura
    SILVIA BATTAGLIO
    Simboli
    Storia Dell'arte Antica
    STRADA E ARTE
    STREET ART
    STREET DANCE
    Taurobolio
    Teatro
    TEATRO A CORTE
    Teatro Di Orge E Misteri
    TEATRO DI STRADA
    Teatro Sociale
    TECNOLOGIA
    TORINO
    TRACEY EMIN
    Uomini Primitivi
    Veneri Paleolitiche
    Videoart
    Videoinstallazione
    VUCCIRIA TEATRO
    Walter Benjamin
    Wiener Aktionisten
    Willi Ninja
    Wolfli

    Feed RSS


Foto

Art is Present 
Magazine d'Arte e Cultura
​Teatro e Danza. Queer

​
Testata giornalistica registrata al Tribunale di Torino n. 439 del 07 novembre 2016
Direttore Giovanni Bertuccio
​

email:

 [email protected]

  • Home
  • Associazione
  • Perchè?
  • Hic et Nunc
    • Hofesh Shechter 21
    • Sidi Larbi Cherkaoui 99 | 19
    • #Pensierobimbo | Incanti 18
    • EgriBianco | Showcase 18
    • TST | Il Cielo su Torino 18
    • Perunteatrocontemporaneo16
  • Editoriali
    • 09 - 19 | 10 anni di?
    • Editoriale | Corpo
    • Editolriale | Relazione (?)
    • Editoriale | Strada
  • Numeri
    • VI. Origini 25 >
      • Arte '25
      • Danza '25
    • V. Queer 19-22 >
      • Arte 22
      • Danza 21
      • Teatro 20
      • Teorie 19
    • IV. Tecnologia 18 >
      • Téchne e Arte
      • Téchne e Danza
      • Téchne e Teatro
    • III. Corpo 17 >
      • Corpo e Arte
      • Corpo e Danza
      • Corpo e Teatro
    • II. Relazione 16 >
      • Arte Relazionale
      • Danza di Comunità
      • Teatro Sociale
    • I. Strada 16 >
      • Street Art
      • Street Dance
      • Teatro di Strada
    • O. Start >
      • Speciale | La sottise
      • Speciale | Nicola Galli
      • Speciale | Vucciria Teatro
  • Queer
  • Rec | Int
  • Contatti